Ore 6.50, sveglia.
Apro un occhio mentre con l’altro sogno che siano ancora le 2.00 del mattino così da poter dormire ancora qualche ora. Per rendere il sogno un po’ più reale posticipo l’odiosa melodia di altri preziosissimi dieci minuti e poi di altri dieci. Ora è tardi.
Senza rendermene conto eccomi materializzata in bagno dove inizia il lungo iter di toilet mattutina.
Mi chiamo Aria e da qualche mese sono impiegata come hostess di una multinazionale di tabacco, quindi, divisa d’ordinanza, pettinatura e trucco devono essere impeccabili. Niente di più difficile e macchinoso dato che a seguito del mio trasloco qui a Milano ho perduto qualsivoglia strumento dell’arte e i miei capelli sono sempre come quelli dello spot Garnièr della modella in carcere, quello con la canzone degli Electric Guest.
Ottenuto un risultato decente, solo dopo aver canticchiato nella testa almeno cinquanta volte lo spot in questione, aggancio un pacchetto di biscotti per poter colazionare fuori casa e, una volta fuori, corro. Qui a Milano, infatti, non si può camminare, si deve correre. In quelle rare occasioni in cui ho osato passeggiare in centro con il naso all’insù per osservare l’eccentrico connubio di palazzi antichi e obbrobri della ricostruzione, hanno attentato alla mia vita diverse biciclette scorrazzanti sui marciapiedi, causa carenza di piste ciclabili (circa 17 metri per 1000 abitanti), nonché podisti in giacca e cravatta pronti a passarsi il testimone a vicenda.
Volo sulla metropolitana e li resto per circa una mezz’ora. Osservo la mappa disegnata in alto sul vagone così da non sbagliare fermata, ma mi ritrovo distratta da una ragazza cinese che canta, con ausilio di microfono, stereo e casse portatili Laura Pausini e mi improvviso critica musicale: «mmm, devo dire che è brava! peccato per l’eco metallico, non le rende giustizia».
Lezione n. 1 – non escludere l’artista di strada come lavoro futuro.